Torino, la città nascosta sotto il Duomo

Sotto l’attuale duomo di Torino, si apre un mondo sorprendente. Gli studi archeologici hanno rivelato che qui, prima dell’edificio rinascimentale che oggi ammiriamo, esistevano tre chiese paleocristiane intercomunicanti. Verso le mura cittadine sorgeva la basilica maggiore dedicata al Santo Salvatore; accanto, il battistero intitolato a San Giovanni Battista — poi inglobato in una terza chiesa — e infine una basilica dedicata a Santa Maria. Tre edifici sacri che dialogavano tra loro, formando un complesso imponente per una città che, allora, era ancora lontana dal diventare capitale.
Immaginate il paesaggio urbano medievale: alle spalle delle chiese, fino alle mura romane — proprio dove oggi si erge il Palazzo Reale — si estendevano il palazzo vescovile, la canonica di Santo Salvatore con il suo chiostro, cortili silenziosi, giardini e perfino il cimitero. Era il cuore spirituale della Torino antica
Poi, nel 1482, arrivò la svolta. Il cardinale Domenico della Rovere, appartenente a una potente famiglia e imparentato con Papa Sisto IV, decise di offrire alla città un nuovo duomo. Il suo nome è ancora inciso sui portali, come una firma nella pietra. Per la costruzione chiamò l’architetto fiorentino Amedeo di Francesco Settignano, portando a Torino un vento nuovo.
Le antiche chiese furono abbattute e al loro posto sorse una cattedrale ispirata a Santa Maria Novella di Firenze. Le due grandi volute laterali della facciata, che mascherano la pendenza del tetto, richiamano l’innovazione introdotta da Leon Battista Alberti: un dettaglio che segna l’arrivo del Rinascimento in Piemonte, terra ancora legata al gotico d’ascendenza francese.
Oggi il Duomo può apparire sobrio rispetto ad altre celebri cattedrali italiane. Ma quando fu inaugurato, Torino contava meno di cinquemila abitanti e la sua diocesi dipendeva ancora da Milano.
Visitare il Museo Diocesano di Torino significa allora compiere un viaggio verticale: dal Rinascimento alle origini paleocristiane, dal fasto rinascimentale alla Torino romana e medievale. È un’esperienza che arricchisce qualsiasi visita del centro storico, perché permette di comprendere che la città non è soltanto ciò che vediamo in superficie, ma ciò che continua a vivere, silenziosamente, sotto i nostri piedi.

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Perché Pinerolo non fu la prima capitale d’Italia?

Molti pensano che Torino sia diventata capitale del Piemonte con il rientro di Emanuele Filiberto di Savoia, dopo l’occupazione francese, ma questa è più una leggenda che un fatto storico. Come sottolinea lo storico Alessandro Barbero, la città aveva già assunto questo ruolo molto prima, grazie a precise scelte.
Alla fine del Medioevo, Torino contava circa 5.000 abitanti, un numero simile a quello di Pinerolo e inferiore a città come Moncalieri, Vercelli o Mondovì. Non era quindi la dimensione demografica a renderla importante, ma la sua posizione strategica e i provvedimenti adottati dai governanti sabaudi.
Tra Trecento e Quattrocento, i Principi d’Acaja (il ramo cadetto dei Savoia che governava il Piemonte) risiedevano a Pinerolo quando decisero di fondare un’università. L’obiettivo era formare giuristi e funzionari capaci di amministrare uno Stato sempre più complesso. Fino ad allora, gli studenti piemontesi dovevano recarsi a Pavia, nel Ducato di Milano, uno Stato rivale, per completare gli studi.
Dopo la crisi del Ducato di Milano nel 1402, con la morte di Gian Galeazzo Visconti, docenti e studenti cercarono una nuova sede. Torino si rivelò la più adatta per posizione e collegamenti. Così nacque l’Università di Torino, il primo passo concreto verso il ruolo di capitale. Anche quando l’ateneo si trasferì temporaneamente a Chieri, il consiglio comunale torinese si impegnò per riportarlo in città, riconoscendone l’importanza strategica e culturale.
A questo si aggiunse l’insediamento stabile del Consiglio cismontano, l’organo di governo e tribunale del Piemonte, inizialmente a Pinerolo ma poi trasferito a Torino. Con università e governo centrali, la città divenne di fatto la capitale dello Stato sabaudo.
Quando nel 1536 i francesi invasero il Piemonte, Torino era già capitale. Al ritorno di Emanuele Filiberto nel 1561, quindi, non ci fu alcun trasferimento: il duca si insediò semplicemente in una città che da tempo era il cuore politico e culturale del Piemonte.

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Un raffinato salotto nel cuore di Torino

La Galleria Subalpina, che collega piazza Castello a piazza Carlo Alberto, è uno degli ambienti più eleganti e rappresentativi della Torino ottocentesca. Progettata in stile eclettico dall’ingegnere Pietro Carrera, sorge in un’area di grande importanza storica: qui si trovavano infatti gli antichi bastioni difensivi, costruiti nel 1610 per proteggere il primo ampliamento della città e successivamente inglobati nell’isolato edificato da Carlo di Castellamonte, destinato a ospitare il Ministero delle Finanze. Un complesso che perse la sua funzione dopo il trasferimento della capitale, lasciando spazio alla nascita di questo raffinato passaggio coperto.
La galleria venne realizzata in meno di due anni e inaugurata nel 1874. Misura circa 50 metri di lunghezza e raggiunge i 18 metri di altezza, offrendo fin da subito un ambiente monumentale, luminoso e scenografico.
In origine, i locali affacciati sulla galleria ospitavano importanti esercizi commerciali altamente specializzati, pensati per soddisfare l’alta borghesia torinese. A rendere ancora più piacevole la passeggiata contribuivano i celebri caffè storici, come il Baratti & Milano e il Caffè Concerto Romano, oggi trasformato in cinematografo. Proprio qui, durante i magici anni Venti, esordirono artisti e soubrette di grande fama, tra cui Isa Bluette ed Erminio Macario.
Il piano superiore, un tempo adibito a deposito dei negozi sottostanti e oggi occupato da uffici e locali accessori, è accessibile tramite due eleganti scaloni in marmo. Questo livello è circondato da una balconata aggettante, caratterizzata da una raffinata balaustra in ghisa finemente lavorata, intervallata da pilastrini in marmo e completata da un corrimano in legno.
Dal piano superiore si innesta la maestosa copertura in ferro e vetro, a padiglione, che inonda l’intero salone di luce naturale, donandogli un senso di apertura e freschezza. Nel 1887, su richiesta della Banca Subalpina, la struttura originaria fu modificata con l’inserimento di un lucernario, pensato per migliorare la ventilazione e il ricambio d’aria all’interno dello spazio commerciale.
A impreziosire ulteriormente l’ambiente contribuisce la grande composizione vegetale centrale: tre ampie aiuole – una ellittica, più grande al centro, e due più piccole e tondeggianti ai lati – circondate da una fascia di vasi rettangolari in cemento. L’insieme richiama idealmente il disegno di un parterre ottocentesco, creando un piacevole dialogo tra architettura, luce e natura.

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La nascita della Manica Nuova di Palazzo Reale

Alla fine dell’Ottocento, Torino cambia volto. La città, ormai proiettata verso la modernità dopo il trasferimento della capitale, si prepara a un profondo risanamento urbanistico. In questo fermento di cantieri e nuove visioni, anche la vecchia Via del Seminario – l’attuale Via XX Settembre – viene prolungata fino a Corso Regina Margherita, ridisegnando completamente l’assetto di un intero quartiere. Ma non si tratta di un quartiere qualunque. È il cosiddetto quartiere svizzero, così chiamato per la presenza delle guardie svizzere che un tempo vi alloggiavano. Un labirinto di cortili, edifici addossati e passaggi angusti, cresciuto nel corso dei secoli attorno al Palazzo di San Giovanni, la prima residenza torinese del duca Emanuele Filiberto. Qui, tra le antiche case dei canonici del Duomo, sorgevano anche i resti della scomparsa basilica paleocristiana di San Salvatore: una zona di inestimabile valore archeologico, sepolta sotto secoli di costruzioni.
Il progetto di risanamento viene affidato all’ingegnere Emilio Stramucci, con un’intesa tra la Casa Reale e il Comune di Torino. L’obiettivo? Dividere i costi degli indennizzi per le demolizioni e, allo stesso tempo, assicurarsi che la zona – tanto simbolica per la città – fosse sistemata con la dignità che meritava, anche dopo la perdita del ruolo di capitale.
E poi accade l’imprevisto: nel 1899, durante lo scavo delle nuove fondazioni, emerge dalle viscere della terra il Teatro Romano della Torino antica. Un monumento fino ad allora completamente ignoto, che riporta improvvisamente la città al suo passato di Augusta Taurinorum.
Pochi anni dopo, tra il campanile e il Duomo, un nuovo colpo di scena: riaffiora la pianta della basilica di San Salvatore, con uno straordinario pavimento a mosaico in tessere bianche e nere raffigurante la Fortuna che fa girare la sua ruota – oggi conservato al Museo Diocesano. Dai terreni emergono anche resti dei chiostri medievali, le cui sculture vengono trasferite al Museo Civico.
Questi ritrovamenti, del tutto fortuiti, permettono ad Alfredo d’Andrade, allora direttore dell’Ufficio per la Conservazione dei Monumenti, di ricostruire con maggiore precisione la topografia della Torino romana: un vero salto nel tempo sotto i piedi dei torinesi di fine Ottocento.
Nel 1909 l’edificio progettato da Stramucci è finalmente completato. Si tratta di un elegante corpo rettangolare in stile cinquecentesco, lungo 116 metri e largo 20. Lo stesso Stramucci, già autore degli arredi di Palazzo Reale – dove aveva decorato la sala da pranzo conquistando la fiducia della regina Margherita di Savoia – collaborerà con lei anche per la decorazione del romantico Castello di Gressoney-Saint-Jean.
Il nuovo edificio torinese, invece, accoglie nel tempo le funzioni più diverse: foresteria e uffici per i funzionari reali, archivi e depositi, e persino un ospedale militare durante la guerra. Del resto, nel 1898, la sola reggia torinese contava ben 378 persone di servizio: una piccola città nella città, specchio di un’epoca in cui Torino viveva sospesa tra il fasto della corte e l’energia di una modernità che avanzava inarrestabile.

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Venaria Reale: fasti di corte e trame di seta

Un tempo, quella che oggi conosciamo come Venaria Reale si chiamava semplicemente Altessano e comprendeva due piccoli borghi: uno inferiore e uno superiore. Quest’ultimo era considerato più salubre grazie alla sua posizione più elevata rispetto alla pianura circostante.
Il nome Venaria venne introdotto dal duca Carlo Emanuele II di Savoia, che volle trasformare l’area in una riserva di caccia reale, ispirandosi al termine francese vénerie, “arte della caccia a cavallo”. Da quel momento, i due borghi si unirono sotto un unico nome: Venaria Reale.
Oltre a essere un luogo di svago per la corte, Venaria divenne presto anche un centro di attività produttive e commerciali, grazie alla sua vicinanza a Torino e alla ricchezza d’acque. L’obiettivo era chiaro: fare di Venaria un polo manifatturiero di eccellenza, in particolare nel redditizio settore della seta, una delle merci più preziose dell’epoca.
Per valorizzare la città come centro di produzione e di commercio della seta, l’architetto Amedeo di Castellamonte progettò piazza dell’Annunziata con grande ingegno urbanistico. Le numerose botteghe e atelier che si affacciavano sui portici erano ben visibili dall’esterno, così che gli artigiani potessero lavorare la seta e i tessuti preziosi mostrando ai passanti le loro tecniche e abilità. L’idea era quella di un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, dove produzione e commercio si fondessero in un unico, elegante spazio urbano.
Il complesso manifatturiero venne realizzato sulla vicina riva destra del torrente Ceronda, in una zona scelta con cura per poter ospitare tutte le fasi del ciclo produttivo. Lo stabilimento era dotato di ruote idrauliche, azionate grazie alle acque di una bealera derivata dalla Dora Riparia, che forniva l’energia necessaria per far funzionare i macchinari.
La produzione di seta greggia, inizialmente affidata al lavoro domestico delle donne, divenne così un’attività organizzata e redditizia. Per sostenere il nuovo polo industriale, i Savoia promossero esenzioni fiscali, incentivi e misure protezionistiche, favorendo la nascita delle prime manifatture di seta intorno al 1670.
A metà Ottocento, la filatura dava lavoro a oltre 600 persone, e nel Novecento la fabbrica venne rilevata dalla Snia Viscosa, che arrivò a impiegare più di 6.000 operai.
Furono soprattutto gli immigrati veneti, reclutati direttamente dalla Snia, a dare un nuovo volto alla città. L’azienda offrì loro alloggi in un vasto complesso di case operaie, presso il quale sorse anche la chiesa di San Francesco. Molti si stabilirono definitivamente a Venaria: a Torino, infatti, era difficile trovare casa o affrontare affitti troppo alti, e non mancavano episodi di diffidenza verso i nuovi arrivati dal Sud.
Così, tra fabbriche, botteghe, nuove comunità e antichi fasti sabaudi, Venaria si trasformò da borgo rurale a vivace città regale prima e industriale poi, dove il lavoro, l’ingegno e la bellezza continuarono a intrecciarsi fino ai giorni nostri.

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Torino e il fascino del fiume Po

Sulle rive del fiume Po, là dove oggi sorge Torino, racconta la leggenda che il principe egiziano Eridano, giunto in queste terre in cerca di nuove conquiste, vide un toro abbeverarsi al fiume. L’animale gli ricordò Api, la divinità egizia raffigurata come toro sacro, e quella visione lo spinse a fondare proprio qui una nuova città: Torino. Questo mito, tramandato nel tempo, ha alimentato il legame speciale tra il capoluogo piemontese e l’antico Egitto, un rapporto che trova oggi la sua massima espressione nel celebre Museo Egizio di Torino, secondo al mondo solo a quello del Cairo.
Ma il Po non è soltanto il custode di miti e racconti: il grande fiume modella la città stessa. Osservandola dall’alto, la forma di Torino ricorda una castagna, come ha suggerito lo scrittore Tobias Jones nel suo viaggio lungo il corso del fiume. Un’immagine poetica che restituisce bene l’intreccio tra natura e urbanistica. Nel cuore urbano, i celebri Murazzi raccontano un’altra storia: nati come magazzini e botteghe sulle banchine di pietra, nel corso del tempo si trasformarono in locali e spazi di ritrovo, diventando un simbolo della vita notturna torinese, dove le differenze sociali sembravano dissolversi tra musica e incontri.
Il Po accarezza poi uno dei luoghi più amati dai torinesi e dai turisti: il Parco del Valentino. Qui la natura si unisce all’arte e alla storia, regalando scorci romantici e passeggiate suggestive. All’interno del parco sorge il Borgo Medievale di Torino, una ricostruzione accurata realizzata a fine Ottocento con tanto di rocca, ponte levatoio, botteghe artigiane e chiesa. Un angolo incantato che trasporta indietro nel tempo, ideale per famiglie, coppie e appassionati di storia.
Torino è una città che vive in simbiosi con il suo fiume, capace di raccontare leggende, offrire spazi verdi e regalare scorci unici. Una passeggiata lungo il Po diventa così un viaggio tra mito, cultura e natura.

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Torino: Hollywood sulle rive del Po

Era una fredda sera dell’inverno del 1896 quando, in una sala improvvisata di Torino, apparvero le prime immagini tremolanti su un lenzuolo bianco. I torinesi restarono a bocca aperta: davanti a loro, un giardiniere bagnato da un bambino dispettoso e un treno che sembrava uscire dallo schermo. Erano francesi, naturalmente: L’arroseur arrosé e L’arrivée du train à la gare. In quei primi anni, il cinema parlava francese… persino la parola “film” era femminile! Era un’abbreviazione di “pellicola cinematografica”, e rimase al femminile fino agli anni ’30.
Poi, qualcosa cambiò. Un ottico torinese con fiuto per il futuro, Arturo Ambrosio, iniziò a girare film. Il primo fu un successo clamoroso: la corsa automobilistica Susa-Moncenisio. Nasceva così la prima industria cinematografica italiana. Ambrosio costruì a Torino le prime case di vetro, enormi studi di posa con pareti e tetti di vetro, per sfruttare al massimo la luce naturale. Il fenomeno esplose: nacquero case come l’Itala Films e tante altre, alcune durate quanto un rullo di pellicola. Torino diventò un set a cielo aperto: si girava nelle ville liberty, lungo i viali della collina, persino nel Borgo Medievale. È proprio da quel periodo che nasce il detto: “Non fare il cine!” Un modo spiritoso per dire: non fare scenate, non esagerare! In quegli anni i registi e tecnici torinesi erano richiestissimi, e i loro film si compravano persino “a scatola chiusa”. Nel 1912, la città contava già 20 sale cinematografiche, metà delle quali in via Roma. Ma il sonoro ancora non esisteva, e spesso, una volta esaurite le proiezioni, le pellicole venivano mandate al macero per recuperare i sali d’argento.
Per fortuna si è salvata una leggenda: Cabiria, kolossal senza precedenti, girato tra Torino, la Sicilia e la Tunisia.
Il titolo? Un’idea di Gabriele D’Annunzio, che a Parigi cercava rifugio dai creditori. Fu lui a scrivere le didascalie, scegliere i nomi e dare tono epico al film. Fu anche l’inizio del mito di Maciste, interpretato dal gigantesco Bartolomeo Pagano, scaricatore del porto di Genova diventato star. Ma la vera mente dietro Cabiria fu Giovanni Pastrone, che firmò il film con lo pseudonimo Piero Fosco, perché il cinema – a quei tempi – era ancora visto da molti come un passatempo frivolo. Eppure, proprio a Torino, la settima arte cominciava a camminare, tra sogni e genio creativo.

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La caccia al cervo, una tradizione francese nello Stato Sabaudo

La chasse à courre o caccia a cavallo e con una muta di cani è una pratica antica che ebbe grande diffusione in Francia così come negli Stati di Savoia, a partire dal Rinascimento. Tutti i sovrani hanno cacciato malgrado l’età o le indisposizioni, come la gotta, anche due- tre volte alla settimana, per distrarsi dagli obblighi del governo. Cacciare è inseparabile dal mestiere del re ci ricorda infatti lo storico Philippe Salvadori, in «Portrait du roi en chasseur».
La sua organizzazione spettava alla Scuderia, una specifica sezione della corte sabauda. Quest’ultima, secondo il modello asburgico, era strutturata in tre settori: oltre alla Scuderia, ne facevano parte la Casa e la Camera che rappresentavano rispettivamente l’aspetto pubblico e privato del principe.
E’ nel XVIII secolo che la caccia, spesso identificata col valore e il prestigio del sovrano, raggiunse il suo apogeo. Il cervo è l’animale per eccellenza, il re delle foreste. La sua caccia richiede varie conoscenze e diversi equipaggi esperti. Il cervo prescelto, sorpreso dai cani, si allontana nel tentativo disperato di sbarazzarsi dei suoi inseguitori. Vinto dalla stanchezza, l’animale si ferma ormai assediato dal branco. E’ il cosidetto hallali in cui il primo cacciatore o l’ospite d’onore infligge con una lancia il colpo decisivo. Le azioni sono accompagnate da fanfare di corni e trombe che scandiscono le diverse fasi della caccia. Segue l’ultimo atto di questo spettacolo, la curea, calda o fredda, con la distribuzione delle parti meno nobili della preda ai cani come ricompensa per il compito svolto.
Le cacce reali hanno lasciato un’impronta profonda sul territorio piemontese, dalla creazione di rotte e sentieri, oggi perfettamente riconoscibili, alle raffinate residenze patrimonio dell’Unesco, nei dintorni di Torino. La Reggia di Venaria Reale e la Palazzina di Stupinigi furono lo scenario ideale nel corso del XVII e del XVIII secolo per celebrare l’arte venatoria e narrare lo spirito dell’epoca.

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Il gusto neoclassico e romantico nel Palazzo Reale di Torino

Nel corso dell’Ottocento, anche il Palazzo Reale di Torino subisce importanti trasformazioni improntate alle atmosfere neoclassiche e romantiche dell’epoca. Nel 1834, il re Carlo Alberto di Savoia-Carignano incarica l’architetto bolognese Pelagio Pelagi di aggiornare al nuovo gusto classico gli appartamenti reali.
Sotto la sua direzione, in un cantiere raffinato ed eclettico, pittori, scultori, bronzisti, tappezzieri e minusieri raggiungono una perfetta sintesi, fra la tradizione barocca e le nuove tendenze.
Nella Sala delle Guardie Svizzere si provvede a sostituire la tappezzeria seicentesca ad esempio con un rivestimento in stucco lucido verde ad imitazione del marmo sottostante. Lo stesso scultore Giuseppe Gaggini realizza due tavoli a muro per proteggere il grande dipinto della Battaglia di San Quintino, di Palma il Giovane, dal riscaldamento proveniente dalle sottostanti bocche di calore e ne ridisegna la cornice. Nel 1842, in occasione delle nozze di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena vengono installate 44 appliques in bronzo per l’illuminazione a gas del palazzo. Lo stesso giorno, il 12 aprile 1842, viene inaugurato anche il sontuoso salone da ballo. Spiccano gli otto lampadari in stile neoimpero, caratterizzati da una struttura in bronzo a doppia corona, culminanti con palmette e unite da lunghe catene in cristallo di Boemia molato di varie forme a taglio a diamanti, realizzati dai bronzisti Colla e Odetti di Torino. Dopo sette anni di intensi lavori, nasce lo scenario ideale per i balli di corte. Nell’Ottocento, i balli in società permettono di creare relazioni e scambiare informazioni. La danza è un’occasione preziosa per approcciare le altre persone e in particolare il valzer, in cui il cavaliere mettendo un braccio attorno alla vita della dama, può entrare più facilmente in contatto. Se con la quadriglia c’era soltanto uno sfioramento, ora il cavaliere può finalmente cingere la dama. Motivo per cui, il valzer, soprannominato la danza dell’amore, all’inizio fu considerato scandaloso e troppo audace.

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Amenhotep II al Museo Egizio di Torino

Amenhotep o Amenofi II, figlio del faraone Thutmosi III, visse nel XV secolo a.C. Il sovrano, appartenente alla XVIII dinastia, è ricordato per la prestanza fisica e l’abilità sportiva di cui andava fiero. Le fonti lo descrivono infatti come esperto arciere, abile timoniere di battelli e temerario guidatore di carri.
Oltre a seguire le orme del padre che era stato il più grande conquistatore dell’Egitto, Amenofi seppe instaurare un clima di pace e di ricchezza. Nella prima parte del suo regno portò avanti un programma militare sul modello del padre, mentre nella seconda si dedicò a stabilizzare il paese, con un’amministrazione attenta, come riflette l’eccezionale produzione artistica del periodo.
Amenofi II è l’unico sovrano, oltre a Tutankhamon, la cui mummia è stata ritrovata all’interno della propria tomba, nella Valle dei Re. Scoperta dall’archeologo francese Victor Loret, alla fine del XIX secolo, è oggi conservata al Museo del Cairo, insieme ad alcuni reperti rinvenuti all’interno del sepolcro. L’archeologo vi trovò infatti ben una quindicina di mummie. La stessa tomba era stata riutilizzata come nascondiglio dei resti di altri faraoni e personaggi regali, per proteggerli dalla distruzione, in un periodo intorno al 1000 a.C. Era questa una pratica conosciuta in Egitto: in periodi difficili, quando le tombe venivano depredate, i funzionari mettevano al sicuro le mummie dei sovrani, per fare in modo che continuassero a vivere per l’eternità.
La scultura in granito rosa del Museo Egizio di Torino presenta il faraone Amenofi II sereno, dal sorriso accennato, gli occhi naturali, il corpo muscololoso e forte. Nel nuovo allestimento della Galleria dei Re, Amenofi è posto di fronte al padre Thutmosi III, con il quale regnò in coreggenza i primi anni. Il re è inginocchiato, mente offre due vasi di vino alle divinità, nella sua funzione di intermediario tra il mondo umano e quello divino. Il vino era considerato una bevanda costosa, riservata alle classi agiate, e al tempo stesso un’offerta nei riti religiosi e funerari.

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