Alle spalle di Palazzo Reale di Torino, cuore del prestigioso circuito delle Residenze Sabaude, si estendono i Giardini Reali. Progettati secondo il gusto del giardino all’italiana e successivamente trasformati secondo i principi del giardino francese, rappresentano ancora oggi uno dei più importanti spazi verdi storici del centro città.
L’area dei Giardini Reali è oggi suddivisa in tre grandi settori: il Giardino Ducale, caratterizzato dal suggestivo bastione verde, il Boschetto, dove il patrimonio storico incontra l’arte contemporanea, e il Giardino delle Arti.
Il Giardino Ducale
Nel Giardino Ducale si possono ammirare numerosi vasi ornamentali che ripropongono l’aspetto storico del giardino così come appariva già nel 1875. Solo quattro esemplari sono autentici, mentre gli altri sono stati ricostruiti riproducendo fedelmente forme e decorazioni originali, con alcuni dettagli volutamente semplificati per distinguerli dagli antichi manufatti. Disposti lungo il parterre e i viali d’accesso, questi elementi decorativi testimoniano il gusto scenografico della corte sabauda. In origine i vasi poggiavano su basi in marmo; oggi le basi sono realizzate in granito e integrano un sistema di illuminazione che valorizza i percorsi del giardino nelle ore serali. Questo modello ornamentale ebbe una fortuna particolare e venne successivamente replicato anche in bronzo per creare diversi esemplari destinati ai giardini della Villa Reale di Monza nel corso dell’Ottocento.
Lungo la facciata di Palazzo Reale e della Galleria Sabauda si trovano le citroniere, grandi casse destinate in passato ad accogliere gli alberi di agrumi, simbolo di prestigio e raffinatezza nei giardini delle corti europee. Durante la stagione invernale queste piante venivano normalmente ricoverate per essere protette dal freddo; secondo la tradizione torinese, trovavano riparo anche negli Archivi di Stato, costruiti su progetto di Filippo Juvarra.
Oggi, per esigenze pratiche e conservative, le citroniere rimangono all’aperto tutto l’anno. Per questo motivo non sono più realizzate in legno, ma in acciaio inossidabile, un materiale più resistente agli agenti atmosferici. Al posto degli agrumi sono stati inseriti ligustri giapponesi, piante sempreverdi dalle foglie spesse e lucide che richiamano l’aspetto degli aranci. Le casse riproducono comunque il modello storico: la colorazione grigia esterna evoca l’effetto della ghisa, mentre l’interno verde richiama il legno delle antiche strutture.
Il Boschetto
Questo spazio è stato restituito alla città grazie all’intervento della Consulta di Torino, che ha celebrato il trentennale di attività dell’Associazione che coinvolge 32 importanti aziende del territorio. Il paesaggista Paolo Pejrone ha curato il riallestimento del Boschetto, mentre l’artista Giulio Paolini è l’autore dell’installazione Pietre Preziose (2017). L’opera è site-specific, cioè concepita appositamente per questo luogo: la sua collocazione non è un semplice elemento esterno, ma parte integrante del significato dell’opera. I frammenti e i ruderi provenienti dal crollo della volta della Cappella della Sindone vengono così trasformati da semplici resti in protagonisti della composizione, diventando testimonianze della memoria e di un evento che appartiene alla storia della città. Al centro dell’installazione compare un giovane seduto, una figura simbolica che non rappresenta un personaggio preciso, ma l’uomo che osserva e riflette. È quasi un alter ego del visitatore: per Paolini lo sguardo di chi guarda completa l’opera stessa. L’arte diventa quindi un luogo mentale in cui immagine, spazio e memoria storica si incontrano attraverso la sensibilità dell’osservatore.
Nel Boschetto crescono specie tipiche degli ambienti freschi e ombreggiati, come acanti e felci. Tra la vegetazione possono comparire anche giovani noci: sono il risultato dell’attività degli scoiattoli che nascondono le noci nel terreno come riserva di cibo. Alcune vengono dimenticate e germogliano spontaneamente, anche se successivamente vengono rimosse insieme alle specie infestanti per preservare il progetto botanico del sottobosco, dove arbusti ed erbacee creano un gioco di ombre e lucentezze.
Il Giardino delle Arti
Nel Giardino delle Arti o di Levante si può ammirare una copia della Primavera di Simone Martinez, la cui versione originale è collocata nel Rondò Alfieriano della Reggia di Venaria Reale, una delle più importanti Residenze Sabaude. La copia è stata realizzata in marmo di Carrara attraverso un rilievo tridimensionale dell’originale e una successiva rifinitura manuale, capace di restituire la precisione dei dettagli e la qualità espressiva della scultura settecentesca.
Nella sezione orientale dei giardini, emerge il grande parterre con lo specchio d’acqua, uno degli elementi più scenografici dell’intero complesso, concepito dal celebre architetto André Le Nôtre. Nel corso del Settecento, questa zona fu oggetto di importanti interventi di valorizzazione secondo il gusto dei giardini francesi. Il fulcro dello spazio è la Fontana dei Tritoni, il cui grande bacino, venne restaurato nel 1739. Nel 1757, poi, fu collocato il gruppo scultoreo realizzato da Simone Martinez, in marmo bianco di Valdieri. La composizione rappresenta un vivace mondo marino popolato da tritoni, una nereide, pesci, testuggini e piccoli tritoni raffigurati come putti intenti a giocare con uno dei due pellicani che completano la scena.
I Giardini della Cavallerizza, invece, furono separati nel 1923 dalla parte più antica per l’apertura della strada di collegamento, fra piazza Castello e Corso Regina Margherita. La struttura geometrica composta da viali che si aprono a raggiera a partire da un punto centrale riprende il caratteristico disegno della zampa d’oca, elemento tipico del giardino alla francese ideato da Le Nôtre.
Vuoi saperne di più? Prenota un tour guidato del Palazzo Reale di Torino.
I Giardini Reali di Torino
/in da scoprire /da AndreaAlle spalle di Palazzo Reale di Torino, cuore del prestigioso circuito delle Residenze Sabaude, si estendono i Giardini Reali. Progettati secondo il gusto del giardino all’italiana e successivamente trasformati secondo i principi del giardino francese, rappresentano ancora oggi uno dei più importanti spazi verdi storici del centro città.
L’area dei Giardini Reali è oggi suddivisa in tre grandi settori: il Giardino Ducale, caratterizzato dal suggestivo bastione verde, il Boschetto, dove il patrimonio storico incontra l’arte contemporanea, e il Giardino delle Arti.
Il Giardino Ducale
Nel Giardino Ducale si possono ammirare numerosi vasi ornamentali che ripropongono l’aspetto storico del giardino così come appariva già nel 1875. Solo quattro esemplari sono autentici, mentre gli altri sono stati ricostruiti riproducendo fedelmente forme e decorazioni originali, con alcuni dettagli volutamente semplificati per distinguerli dagli antichi manufatti. Disposti lungo il parterre e i viali d’accesso, questi elementi decorativi testimoniano il gusto scenografico della corte sabauda. In origine i vasi poggiavano su basi in marmo; oggi le basi sono realizzate in granito e integrano un sistema di illuminazione che valorizza i percorsi del giardino nelle ore serali. Questo modello ornamentale ebbe una fortuna particolare e venne successivamente replicato anche in bronzo per creare diversi esemplari destinati ai giardini della Villa Reale di Monza nel corso dell’Ottocento.
Lungo la facciata di Palazzo Reale e della Galleria Sabauda si trovano le citroniere, grandi casse destinate in passato ad accogliere gli alberi di agrumi, simbolo di prestigio e raffinatezza nei giardini delle corti europee. Durante la stagione invernale queste piante venivano normalmente ricoverate per essere protette dal freddo; secondo la tradizione torinese, trovavano riparo anche negli Archivi di Stato, costruiti su progetto di Filippo Juvarra.
Oggi, per esigenze pratiche e conservative, le citroniere rimangono all’aperto tutto l’anno. Per questo motivo non sono più realizzate in legno, ma in acciaio inossidabile, un materiale più resistente agli agenti atmosferici. Al posto degli agrumi sono stati inseriti ligustri giapponesi, piante sempreverdi dalle foglie spesse e lucide che richiamano l’aspetto degli aranci. Le casse riproducono comunque il modello storico: la colorazione grigia esterna evoca l’effetto della ghisa, mentre l’interno verde richiama il legno delle antiche strutture.
Il Boschetto
Questo spazio è stato restituito alla città grazie all’intervento della Consulta di Torino, che ha celebrato il trentennale di attività dell’Associazione che coinvolge 32 importanti aziende del territorio. Il paesaggista Paolo Pejrone ha curato il riallestimento del Boschetto, mentre l’artista Giulio Paolini è l’autore dell’installazione Pietre Preziose (2017). L’opera è site-specific, cioè concepita appositamente per questo luogo: la sua collocazione non è un semplice elemento esterno, ma parte integrante del significato dell’opera. I frammenti e i ruderi provenienti dal crollo della volta della Cappella della Sindone vengono così trasformati da semplici resti in protagonisti della composizione, diventando testimonianze della memoria e di un evento che appartiene alla storia della città. Al centro dell’installazione compare un giovane seduto, una figura simbolica che non rappresenta un personaggio preciso, ma l’uomo che osserva e riflette. È quasi un alter ego del visitatore: per Paolini lo sguardo di chi guarda completa l’opera stessa. L’arte diventa quindi un luogo mentale in cui immagine, spazio e memoria storica si incontrano attraverso la sensibilità dell’osservatore.
Nel Boschetto crescono specie tipiche degli ambienti freschi e ombreggiati, come acanti e felci. Tra la vegetazione possono comparire anche giovani noci: sono il risultato dell’attività degli scoiattoli che nascondono le noci nel terreno come riserva di cibo. Alcune vengono dimenticate e germogliano spontaneamente, anche se successivamente vengono rimosse insieme alle specie infestanti per preservare il progetto botanico del sottobosco, dove arbusti ed erbacee creano un gioco di ombre e lucentezze.
Il Giardino delle Arti
Nel Giardino delle Arti o di Levante si può ammirare una copia della Primavera di Simone Martinez, la cui versione originale è collocata nel Rondò Alfieriano della Reggia di Venaria Reale, una delle più importanti Residenze Sabaude. La copia è stata realizzata in marmo di Carrara attraverso un rilievo tridimensionale dell’originale e una successiva rifinitura manuale, capace di restituire la precisione dei dettagli e la qualità espressiva della scultura settecentesca.
Nella sezione orientale dei giardini, emerge il grande parterre con lo specchio d’acqua, uno degli elementi più scenografici dell’intero complesso, concepito dal celebre architetto André Le Nôtre. Nel corso del Settecento, questa zona fu oggetto di importanti interventi di valorizzazione secondo il gusto dei giardini francesi. Il fulcro dello spazio è la Fontana dei Tritoni, il cui grande bacino, venne restaurato nel 1739. Nel 1757, poi, fu collocato il gruppo scultoreo realizzato da Simone Martinez, in marmo bianco di Valdieri. La composizione rappresenta un vivace mondo marino popolato da tritoni, una nereide, pesci, testuggini e piccoli tritoni raffigurati come putti intenti a giocare con uno dei due pellicani che completano la scena.
I Giardini della Cavallerizza, invece, furono separati nel 1923 dalla parte più antica per l’apertura della strada di collegamento, fra piazza Castello e Corso Regina Margherita. La struttura geometrica composta da viali che si aprono a raggiera a partire da un punto centrale riprende il caratteristico disegno della zampa d’oca, elemento tipico del giardino alla francese ideato da Le Nôtre.
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Perché nei ritratti i bambini sembravano tutti bambine?
/in da scoprire /da AndreaVi è mai capitato di osservare il ritratto di un piccolo principe o di un giovane aristocratico del Seicento o del Settecento e pensare: “Ma è un maschio o una femmina?” La risposta, nella maggior parte dei casi, non è affatto scontata. Anzi, spesso è quasi impossibile distinguerli a prima vista.
Per secoli, nelle famiglie aristocratiche e nelle corti europee, bambini e bambine venivano infatti vestiti esattamente allo stesso modo. Indossavano lunghe vesti, grembiuli ricamati, pizzi, nastri e persino lunghi boccoli. Questa usanza, oggi sorprendente, aveva però motivazioni molto concrete.
La prima era semplicemente pratica. Prima dell’invenzione di cerniere, bottoni automatici e pannolini moderni, gli abiti lunghi erano molto più funzionali dei pantaloni: facilitavano il cambio dei pannolini e rendevano più semplice accompagnare i bambini nelle prime fasi dell’apprendimento del vasino.
C’era poi una ragione economica. Gli abiti dell’aristocrazia erano realizzati su misura con tessuti preziosi come seta, lino e pizzo e rappresentavano un investimento importante. Vestendo allo stesso modo maschi e femmine, gli stessi capi potevano essere adattati e tramandati da un figlio all’altro, indipendentemente dal sesso.
Ma esisteva anche una motivazione culturale. Nei primi anni di vita il bambino non era ancora percepito come pienamente inserito nel mondo degli adulti e le differenze di genere avevano un’importanza molto minore rispetto a oggi.
Questa situazione cambiava con un’importante cerimonia chiamata breeching il rito del primo paio di pantaloni
Tra i cinque e i sette anni il bambino riceveva il suo primo paio di pantaloni, abbandonando definitivamente gli abiti infantili. Non si trattava soltanto di un cambio di guardaroba, ma di un vero e proprio rito di passaggio: il piccolo lasciava simbolicamente il mondo femminile per entrare in quello maschile, iniziando un’educazione diversa e assumendo il ruolo che la società gli riservava.
Viene spontaneo anche cercare indizi nei colori degli abiti. Anche in questo caso, però, bisogna fare attenzione.
L’associazione del rosa alle bambine e dell’azzurro ai bambini è una convenzione molto recente, diffusasi solo all’inizio del Novecento.
Per secoli accadde spesso il contrario: il blu era il colore legato alla Vergine Maria e quindi risultava particolarmente adatto alle bambine, mentre il rosa, considerato una variante più chiara del rosso, richiamava il sangue, il coraggio e la guerra, qualità tradizionalmente associate alla figura maschile.
Se né gli abiti né i colori aiutano, come fanno gli storici dell’arte a distinguere un bambino da una bambina? Occorre osservare i dettagli.
Gli oggetti raffigurati possono offrire qualche indizio, anche se non sempre sono decisivi. Cani, gatti e altri animali domestici compaiono indifferentemente accanto a bambini e bambine. Anche i fiori, oggi percepiti come un simbolo femminile, erano spesso presenti nei ritratti dei piccoli maschi.
Perfino i libri, che si potrebbe pensare appartenessero esclusivamente ai ragazzi perché ricevevano un’istruzione più ampia, sono molto frequenti anche nei ritratti delle bambine.
Esistono però alcuni elementi più significativi. Le bambine sono spesso rappresentate con bambole, cestini o altri oggetti che suggeriscono giochi tranquilli e composti, mentre i bambini possono comparire con palloni, cavalli a bastone o giocattoli da trainare, simboli di un’attività più dinamica.
L’indizio più affidabile rimane però uno solo: una piccola frusta. Se il bambino ritratto la tiene in mano, si tratta quasi certamente di un maschio.
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Castello Reale di Govone: la Residenza Sabauda nel cuore del Roero
/in da scoprire /da AndreaLe origini del castello risalgono alla fine del X secolo, quando sulla collina sorgeva una fortificazione medievale dotata di torri difensive. La trasformazione in un’elegante dimora nobiliare avvenne però nel XVII secolo grazie alla famiglia Solaro, che ne affidò il progetto al celebre architetto Guarino Guarini, protagonista del barocco torinese. Più tardi, Carlo Felice lo trasformò in una raffinata residenza estiva.
Uno degli elementi più spettacolari della visita è il monumentale scalone a doppia rampa, che conduce direttamente al piano nobile. Da qui lo sguardo si apre su uno dei panorami più suggestivi dell’intero territorio del Roero e delle Langhe. Molti dei marmi e delle statue che decorano lo scalone provengono dalla monumentale Fontana d’Ercole della Reggia di Venaria Reale. Quando la fontana fu smantellata nel Settecento, parte delle sue decorazioni trovò una nuova collocazione proprio a Govone. I telamoni, le allegorie del Po e della Dora e i bassorilievi dedicati alle fatiche di Ercole creano così un legame artistico diretto tra due delle più importanti residenze sabaude.
Il piano nobile conserva ancora intatta l’atmosfera della corte ottocentesca. Gli appartamenti della Regina e del Re sono decorati con magnifici affreschi ispirati alla mitologia classica. Tra questi spicca il Salone d’Onore, dove illusionistiche architetture dipinte trasformano le pareti in una scenografica galleria di statue. Al centro della volta compare il mito di Niobe, ispirato al celebre gruppo marmoreo conservato alla Galleria degli Uffizi e scelto personalmente da Carlo Felice durante un soggiorno a Firenze.
Tra gli ambienti più originali del castello si distinguono le Sale Cinesi, decorate con straordinarie carte da parati dipinte a mano in Cina nel XVIII secolo. Le scene rappresentano la produzione della porcellana, la coltivazione del tè, la lavorazione della seta e numerosi episodi di vita quotidiana. Si tratta di un prezioso esempio della moda delle chinoiserie, che conquistò le corti europee durante il Settecento e che ancora oggi rende questi ambienti unici nel panorama delle residenze piemontesi.
La storia del Castello di Govone non termina con la fine della monarchia. Dopo la vendita da parte dei Savoia, il Comune acquistò l’edificio destinandolo a scuole elementari, asilo, uffici comunali e pretura. L’inserimento nel Patrimonio Mondiale UNESCO, con il Palazzo Reale di Torino, ne ha infine favorito il recupero del piano nobile oggi visitabile.
Il Castello di Racconigi: l’ultima dimora privata dei Savoia
/in da scoprire /da AndreaSe c’è una residenza sabauda capace di raccontare il passaggio dalla monarchia assoluta all’Italia contemporanea, questa è senza dubbio il Castello di Racconigi. A differenza di molte altre dimore reali piemontesi, progressivamente abbandonate dopo l’Unità d’Italia, Racconigi conobbe una seconda vita. Anzi, proprio quando Torino cessò di essere capitale e l’attenzione della corte si spostò altrove, il castello divenne il rifugio privato della famiglia reale.
Passeggiando oggi tra le sue sale, si ha la sensazione di entrare in una casa appena lasciata dai suoi abitanti.
Se il Palazzo Reale di Torino rappresentava il volto ufficiale della monarchia, a Racconigi l’atmosfera è più intima. È questo uno degli aspetti che rende Racconigi così affascinante: qui la storia non sembra appartenere a un passato remoto, ma a un tempo sorprendentemente vicino.
La svolta avvenne grazie a Vittorio Emanuele II. Dopo l’unificazione nazionale, il sovrano mostrò scarso interesse per Palazzo Pitti a Firenze e decise di effettuare una singolare permuta: il Castello di Racconigi entrò a far parte del patrimonio privato della famiglia Savoia, mentre il Giardino di Boboli confluì nei beni della Corona. Una scelta dettata da ragioni pratiche ma anche sentimentali. Racconigi, infatti, era la storica dimora del ramo Savoia-Carignano, quello da cui proveniva Carlo Alberto e che aveva dato origine alla dinastia destinata a guidare il processo di unificazione italiana.
Vi erano però anche motivazioni economiche. Il vasto parco e le numerose cascine che circondavano il castello erano stati organizzati da Carlo Alberto come una moderna azienda agricola modello. Le proprietà garantivano entrate importanti e rappresentavano una risorsa preziosa per una famiglia reale che, pur regnando su una nazione, doveva amministrare con attenzione il proprio patrimonio.
Fu soprattutto sotto Vittorio Emanuele III e la regina Elena che Racconigi assunse il volto che ancora oggi possiamo ammirare. Il sovrano, noto per il suo carattere riservato e parsimonioso, e la consorte, cresciuta in un ambiente semplice e lontano dagli eccessi delle grandi corti europee, trasformarono il castello nel simbolo di un nuovo modello familiare. Qui si trascorrevano le vacanze estive, si educavano i figli e si conduceva una vita che voleva apparire sobria, laboriosa e vicina ai valori della borghesia emergente.
Il castello immerso nel verde, circondato da un parco straordinario, incarnava perfettamente questo ideale: una dimora elegante ma non ostentata, dove il contatto con la natura e la gestione attenta delle proprietà diventavano quasi una dichiarazione di principi. Allo stesso tempo, Racconigi permetteva alla famiglia reale di mantenere un rapporto autentico con la nobiltà piemontese, storicamente fedele ai Savoia, e con la popolazione locale, che accoglieva la presenza dei sovrani con discrezione ma sapeva trasformare le occasioni solenni in feste memorabili.
Ancora oggi gli interni raccontano questa lunga stagione. Le trasformazioni volute da Vittorio Emanuele III e da Umberto II hanno lasciato un’impronta profonda, conservando il gusto e le atmosfere del primo Novecento. Le pareti delle gallerie, dei corridoi e delle sale sono ricoperte da una straordinaria raccolta di ritratti e dipinti che documentano la storia della famiglia e delle sue generazioni. Osservandoli, si ha l’impressione di seguire il filo di una memoria familiare che attraversa secoli di vicende italiane.
Visitare il Castello di Racconigi significa quindi entrare nell’ultima grande stagione della monarchia italiana. Tra saloni, appartamenti privati e scorci sul parco, si percepisce ancora l’eco delle estati trascorse dai re d’Italia e delle inquietudini che precedettero il secondo conflitto mondiale. Una residenza che non racconta soltanto la storia dei Savoia, ma anche quella di un Paese che stava cambiando profondamente.
Saluzzo: viaggio nel cuore del Marchesato
/in da scoprire /da AndreaNel cuore della provincia di Cuneo, tra la Valle Varaita e la valle del Po, sorge Saluzzo, una delle città più affascinanti e sorprendenti del Piemonte. Qui non si respira soltanto storia: la si incontra a ogni passo, tra vicoli in salita, antichi palazzi e scorci che sembrano usciti da un dipinto medievale. Dominata dal profilo imponente del Monviso, Saluzzo conquista i visitatori con la sua eleganza discreta e il fascino autentico di un borgo rimasto sospeso nel tempo. Non a caso viene chiamata la “Siena del Piemonte”.
Le origini del suo nome sono ancora avvolte nel mistero: secondo alcune ipotesi deriverebbe dai “Salii”, antico popolo ligure. Dopo il crollo dell’Impero carolingio, il territorio passò sotto il controllo di signori locali e, nel XII secolo, nacque il potente Marchesato di Saluzzo. I marchesi Del Vasto, discendenti del leggendario Aleramo, trasformarono la città in una delle corti più raffinate dell’Italia settentrionale. Tra il XIV e il XV secolo Saluzzo visse il suo periodo più splendido, diventando una vera “Camelot italiana”, dove ideali cavallereschi, arte e cultura si intrecciavano in un’atmosfera di grande prestigio. Le alleanze con le corti europee portarono ricchezze, artisti e influenze culturali che ancora oggi si riflettono negli straordinari tesori del territorio: dagli affreschi del Castello della Manta alle opere del pittore fiammingo Hans Clemer.
Il centro storico è un autentico viaggio nel Medioevo. Un labirinto di stradine acciottolate, scalinate e passaggi conduce verso la Castiglia, l’antica fortezza che domina la città dall’alto. Il suo grande torrione circolare, costruito nel 1492 per le nozze di Ludovico II e Margherita di Foix, racconta secoli di storia, potere e trasformazioni. Divenuta carcere nell’Ottocento, oggi la Castiglia ospita musei dedicati alla civiltà cavalleresca, all’arte contemporanea e alla memoria carceraria.
Passeggiando lungo l’antica salita al castello si scoprono eleganti palazzi nobiliari, logge rinascimentali e facciate decorate con raffinati trompe-l’œil. Tra gli edifici più affascinanti spicca Casa Cavassa, splendida dimora rinascimentale trasformata in museo, capace di evocare l’atmosfera colta e raffinata della corte saluzzese.
Saluzzo custodisce anche importanti tesori religiosi. La chiesa di San Giovanni, austera ed elegante, conserva preziosi cicli di affreschi, monumenti funerari e il magnifico sepolcro di Ludovico II. Poco distante, la cattedrale di Santa Maria Assunta sorprende con la sua facciata gotica decorata da affreschi attribuiti a Hans Clemer e con gli splendidi capolavori custoditi al suo interno.
Ma Saluzzo non vive solo di arte e memoria. La città mantiene ancora oggi un forte legame con la terra: frutteti, coltivazioni e produzioni lattiero-casearie raccontano un territorio ricco di tradizioni e sapori autentici. Inoltre rappresenta il punto di partenza ideale per esplorare il Parco del Monviso e le vallate alpine circostanti.
Visitare Saluzzo significa lasciarsi sedurre da un Piemonte elegante, romantico e sorprendentemente autentico, dove il Medioevo continua a vivere tra torri, affreschi e silenziosi vicoli di pietra.
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L’arena romana di Susa
/in da scoprire /da AndreaPoco fuori dal centro abitato di Susa si trova uno dei luoghi più affascinanti dell’antichità romana: la cosiddetta Arena Romana, un piccolo anfiteatro risalente al II-III secolo d.C. Qui si svolgevano combattimenti tra gladiatori e spettacolari scene di caccia, le venationes, che attiravano il pubblico con animali esotici e combattimenti mozzafiato.
L’arena sorge in una conca naturale, ben riparata dai venti, alle spalle dell’antica acropoli. Con la sua forma ellittica di 45 per 37 metri, è considerata l’anfiteatro romano più piccolo d’Italia. Era circondata da un podium in muratura che sosteneva le gradinate, probabilmente limitate a tre ordini, mentre le autorità assistevano agli spettacoli da tribune appositamente costruite lungo l’asse minore.
Sotto la struttura si sviluppava una parte nascosta ma fondamentale: un cunicolo metteva in comunicazione quattro camere, i carceres, dove gladiatori e animali attendevano il loro turno prima di entrare in scena. Era presente anche uno spazio utilizzato come stalla per le belve. Poco distante, a nord-est, si trovano i resti di un piccolo edificio circolare, forse lo spoliarium, destinato ai gladiatori feriti o uccisi.
Abbandonata probabilmente già nel V secolo, l’arena venne lentamente sepolta dalle alluvioni del torrente vicino. Solo tra il 1956 e il 1961 fu riscoperta, riportata alla luce e in parte ricostruita, poiché molti blocchi delle gradinate erano stati dispersi nel tempo.
Ma come si svolgeva una giornata nell’anfiteatro? Gli spettacoli iniziavano con le venationes, seguite dalle esecuzioni capitali nelle ore centrali, spesso con condannati dati in pasto alle belve. Nel pomeriggio entravano in scena i gladiatori, intervallati da momenti più leggeri, quasi comici, che alleggerivano la tensione del pubblico.
I gladiatori avevano origini diverse: inizialmente erano legati ai popoli sconfitti da Roma – come sanniti, galli e traci – riconoscibili per armi e armature specifiche. Con l’età imperiale, queste figure si codificarono sempre di più. Il più famoso era il mirmillone, dotato di grande scudo, elmo decorato e gladio. Accanto a loro combattevano anche cittadini romani di umili origini, in cerca di fama e fortuna.
Vivevano nei ludi, dove si allenavano duramente e seguivano una dieta a base di cereali e legumi, utile a sviluppare una massa corporea resistente agli urti. Alcuni diventavano veri e propri idoli, apprezzati anche dal pubblico femminile.
Oggi l’Arena di Susa ci restituisce tutto il fascino di un mondo lontano, fatto di spettacolo, violenza e grande organizzazione: un’anticipazione sorprendente dei moderni stadi.
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Piazza Michele Ferrero ad Alba
/in arte contemporanea /da AndreaNel cuore di Alba si trova oggi Piazza Michele Ferrero, uno degli spazi urbani più simbolici della città. Qui sorgeva Porta San Martino, una delle porte urbiche dell’antica Alba. In epoca romana e medievale la città era infatti circondata da mura difensive che proteggevano l’abitato e regolavano l’accesso attraverso alcune porte principali. Proprio in questo punto si teneva anche il mercato delle uve, uno dei momenti più importanti della vita economica locale. Nei giorni di mercato la piazza si riempiva di carretti provenienti dalle colline delle Langhe, carichi di grappoli d’uva destinati alla vendita. Contadini, commercianti e cittadini animavano così uno spazio che rappresentava un vero punto di incontro tra la città e il suo territorio agricolo.
Come molte altre porte urbiche, anche Porta San Martino scomparve tra il Settecento e l’Ottocento, quando le mura medievali furono progressivamente demolite per permettere l’espansione urbana. Oggi non ne rimane alcuna traccia visibile, ma la memoria di quel passaggio storico continua a vivere nello spazio della piazza.
La piazza è dedicata a Michele Ferrero (1925–2015), uno degli imprenditori italiani più importanti del Novecento. Grazie alla sua visione, la piccola azienda dolciaria di famiglia si trasformò in una multinazionale del settore dolciario: la Ferrero. Le origini dell’azienda risalgono al padre, Pietro Ferrero, che durante la Seconda guerra mondiale dovette affrontare la scarsità di cacao. Per sopperire alla mancanza di cioccolato ebbe l’idea di utilizzare le nocciole delle Langhe, creando una crema a base di nocciole e cacao.
Il primo prodotto fu il Giandujot, un panetto di cioccolato gianduia da tagliare a fette e mangiare con il pane. Nel 1951 nacque poi la Supercrema, che negli anni Sessanta sarebbe diventata la celebre Nutella , oggi conosciuta e amata in tutto il mondo.
Oggi l’azienda continua la sua attività sotto la guida di Giovanni Ferrero, figlio di Michele.
Dal 2022 la piazza è dominata da una grande scultura contemporanea chiamata Alba, realizzata dall’artista piemontese Valerio Berruti. Alta circa 12,5 metri e realizzata in acciaio inox bronzato, l’opera rappresenta la silhouette di una bambina. Il tratto ricorda un disegno a matita ingrandito nello spazio urbano, caratteristico dello stile di Berruti, che spesso raffigura figure infantili essenziali e poetiche.
Il nome Alba richiama sia la città sia l’idea dell’alba del giorno, simbolo di nascita, futuro e speranza. L’atteggiamento della bambina è timido e raccolto: sembra quasi invitare l’osservatore a guardarsi dentro prima ancora che all’esterno. Secondo l’artista, questa postura rappresenta anche il carattere discreto e tenace della gente delle Langhe.
Accanto alla scultura si trova un bassorilievo che raffigura Michele Ferrero da bambino mentre si autoabbraccia, un gesto simbolico che richiama il legame affettivo tra l’imprenditore e la sua terra.
La scultura si inserisce in una grande fontana circolare progettata come parte integrante dell’opera. L’acqua, volutamente calma e quasi immobile, crea una superficie riflettente in cui la figura della bambina si specchia. Questo effetto suggerisce simbolicamente l’idea dell’alba del giorno, la nascita di qualcosa di nuovo e il riflesso del futuro. Allo stesso tempo la struttura dell’opera richiama una sorta di porta simbolica, che rievoca l’antica Porta San Martino scomparsa secoli fa.
Così, in uno spazio relativamente recente, si incontrano diversi livelli di storia: il passato medievale della città, la straordinaria avventura imprenditoriale della famiglia Ferrero e una grande opera d’arte contemporanea che guarda alle nuove generazioni. Piazza Michele Ferrero è oggi uno dei luoghi più rappresentativi della capacità di Alba di valorizzare la propria storia continuando a guardare al futuro.
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Torino, la città nascosta sotto il Duomo
/in da scoprire /da AndreaSotto l’attuale duomo di Torino, si apre un mondo sorprendente. Gli studi archeologici hanno rivelato che qui, prima dell’edificio rinascimentale che oggi ammiriamo, esistevano tre chiese paleocristiane intercomunicanti. Verso le mura cittadine sorgeva la basilica maggiore dedicata al Santo Salvatore; accanto, il battistero intitolato a San Giovanni Battista — poi inglobato in una terza chiesa — e infine una basilica dedicata a Santa Maria. Tre edifici sacri che dialogavano tra loro, formando un complesso imponente per una città che, allora, era ancora lontana dal diventare capitale.
Immaginate il paesaggio urbano medievale: alle spalle delle chiese, fino alle mura romane — proprio dove oggi si erge il Palazzo Reale — si estendevano il palazzo vescovile, la canonica di Santo Salvatore con il suo chiostro, cortili silenziosi, giardini e perfino il cimitero. Era il cuore spirituale della Torino antica
Poi, nel 1482, arrivò la svolta. Il cardinale Domenico della Rovere, appartenente a una potente famiglia e imparentato con Papa Sisto IV, decise di offrire alla città un nuovo duomo. Il suo nome è ancora inciso sui portali, come una firma nella pietra. Per la costruzione chiamò l’architetto fiorentino Amedeo di Francesco Settignano, portando a Torino un vento nuovo.
Le antiche chiese furono abbattute e al loro posto sorse una cattedrale ispirata a Santa Maria Novella di Firenze. Le due grandi volute laterali della facciata, che mascherano la pendenza del tetto, richiamano l’innovazione introdotta da Leon Battista Alberti: un dettaglio che segna l’arrivo del Rinascimento in Piemonte, terra ancora legata al gotico d’ascendenza francese.
Oggi il Duomo può apparire sobrio rispetto ad altre celebri cattedrali italiane. Ma quando fu inaugurato, Torino contava meno di cinquemila abitanti e la sua diocesi dipendeva ancora da Milano.
Visitare il Museo Diocesano di Torino significa allora compiere un viaggio verticale: dal Rinascimento alle origini paleocristiane, dal fasto rinascimentale alla Torino romana e medievale. È un’esperienza che arricchisce qualsiasi visita del centro storico, perché permette di comprendere che la città non è soltanto ciò che vediamo in superficie, ma ciò che continua a vivere, silenziosamente, sotto i nostri piedi.
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Perché Pinerolo non fu la prima capitale d’Italia?
/in da scoprire /da AndreaMolti pensano che Torino sia diventata capitale del Piemonte con il rientro di Emanuele Filiberto di Savoia, dopo l’occupazione francese, ma questa è più una leggenda che un fatto storico. Come sottolinea lo storico Alessandro Barbero, la città aveva già assunto questo ruolo molto prima, grazie a precise scelte.
Alla fine del Medioevo, Torino contava circa 5.000 abitanti, un numero simile a quello di Pinerolo e inferiore a città come Moncalieri, Vercelli o Mondovì. Non era quindi la dimensione demografica a renderla importante, ma la sua posizione strategica e i provvedimenti adottati dai governanti sabaudi.
Tra Trecento e Quattrocento, i Principi d’Acaja (il ramo cadetto dei Savoia che governava il Piemonte) risiedevano a Pinerolo quando decisero di fondare un’università. L’obiettivo era formare giuristi e funzionari capaci di amministrare uno Stato sempre più complesso. Fino ad allora, gli studenti piemontesi dovevano recarsi a Pavia, nel Ducato di Milano, uno Stato rivale, per completare gli studi.
Dopo la crisi del Ducato di Milano nel 1402, con la morte di Gian Galeazzo Visconti, docenti e studenti cercarono una nuova sede. Torino si rivelò la più adatta per posizione e collegamenti. Così nacque l’Università di Torino, il primo passo concreto verso il ruolo di capitale. Anche quando l’ateneo si trasferì temporaneamente a Chieri, il consiglio comunale torinese si impegnò per riportarlo in città, riconoscendone l’importanza strategica e culturale.
A questo si aggiunse l’insediamento stabile del Consiglio cismontano, l’organo di governo e tribunale del Piemonte, inizialmente a Pinerolo ma poi trasferito a Torino. Con università e governo centrali, la città divenne di fatto la capitale dello Stato sabaudo.
Quando nel 1536 i francesi invasero il Piemonte, Torino era già capitale. Al ritorno di Emanuele Filiberto nel 1561, quindi, non ci fu alcun trasferimento: il duca si insediò semplicemente in una città che da tempo era il cuore politico e culturale del Piemonte.
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Un raffinato salotto nel cuore di Torino
/in imperdibile /da AndreaLa Galleria Subalpina, che collega piazza Castello a piazza Carlo Alberto, è uno degli ambienti più eleganti e rappresentativi della Torino ottocentesca. Progettata in stile eclettico dall’ingegnere Pietro Carrera, sorge in un’area di grande importanza storica: qui si trovavano infatti gli antichi bastioni difensivi, costruiti nel 1610 per proteggere il primo ampliamento della città e successivamente inglobati nell’isolato edificato da Carlo di Castellamonte, destinato a ospitare il Ministero delle Finanze. Un complesso che perse la sua funzione dopo il trasferimento della capitale, lasciando spazio alla nascita di questo raffinato passaggio coperto.
La galleria venne realizzata in meno di due anni e inaugurata nel 1874. Misura circa 50 metri di lunghezza e raggiunge i 18 metri di altezza, offrendo fin da subito un ambiente monumentale, luminoso e scenografico.
In origine, i locali affacciati sulla galleria ospitavano importanti esercizi commerciali altamente specializzati, pensati per soddisfare l’alta borghesia torinese. A rendere ancora più piacevole la passeggiata contribuivano i celebri caffè storici, come il Baratti & Milano e il Caffè Concerto Romano, oggi trasformato in cinematografo. Proprio qui, durante i magici anni Venti, esordirono artisti e soubrette di grande fama, tra cui Isa Bluette ed Erminio Macario.
Il piano superiore, un tempo adibito a deposito dei negozi sottostanti e oggi occupato da uffici e locali accessori, è accessibile tramite due eleganti scaloni in marmo. Questo livello è circondato da una balconata aggettante, caratterizzata da una raffinata balaustra in ghisa finemente lavorata, intervallata da pilastrini in marmo e completata da un corrimano in legno.
Dal piano superiore si innesta la maestosa copertura in ferro e vetro, a padiglione, che inonda l’intero salone di luce naturale, donandogli un senso di apertura e freschezza. Nel 1887, su richiesta della Banca Subalpina, la struttura originaria fu modificata con l’inserimento di un lucernario, pensato per migliorare la ventilazione e il ricambio d’aria all’interno dello spazio commerciale.
A impreziosire ulteriormente l’ambiente contribuisce la grande composizione vegetale centrale: tre ampie aiuole – una ellittica, più grande al centro, e due più piccole e tondeggianti ai lati – circondate da una fascia di vasi rettangolari in cemento. L’insieme richiama idealmente il disegno di un parterre ottocentesco, creando un piacevole dialogo tra architettura, luce e natura.
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